"E' collocata questa città che tanto poco si eleva sul piano quanto basta a poterlo avere soggetto e, distendendosi sulla china di un colle leggermente inclinato, solleva al cielo le sue frequenti torri, con un prospetto così libero e vasto che più aperto e ridente io non credo aver ne possa alcun'altra città situata in pianura"
Correva l'anno 1365 quando Francesco Petrarca così scrisse in un'epistola indirizzata all'amico Boccaccio. Sette secoli dopo il panorama di Pavia ancora lascia ammirato il visitatore che vi si accosti specie provenendo da sud e attraversando il fiume.
Il profilo della città è inconfondibile e bellissimo con l'elegante cupola rinascimentale del Duomo, lo svettante campanile della chiesa del Carmine e le slanciate torri gentilizie, che, numerosissime nel medioevo, guadagnarono a Pavia l'appellativo di "Città delle cento torri". Drasticamente ridotte nel numero a causa dei crolli e delle demolizioni, spesso abbassate o mozzate, le torri superstiti conservano intatto tutto il loro fascino agli occhi dei forestieri come dei pavesi, i quali, simili a formichine, si fermino a guardare di sotto in su le loro notevoli moli.
La del Maino (51 metri), la Fraccaro, la torre dell'orologio in piazza Leonardo da Vinci, come la Belcredi e la San Dalmazio (52 metri) in via Porta, o la torre di piazza Borromeo ci riportano indietro ai secoli XI-XIII, quando Pavia, fiorente centro commerciale, si arricchì di nuove residenze di mercanti, artigiani e signorotti provenienti dal contado.
Nuovi ricchi e nobili di antica schiatta accanto ai propri palazzi vollero innalzare torri quale simbolo di prestigio. Le idearono con una struttura molto semplice - quadrate, prive di decorazioni e orpelli, con pochissime aperture, a parte i fori di fabbrica - ma assai solide, con muratura "a sacco", che alla base della torre poteva raggiungere anche i due metri di spessore, lasciando all'interno solo l'angusto spazio per la scaletta a chiocciola che porta alla cima.
Ciò che importava, infatti, non era tanto la bellezza della costruzione quanto la sua altezza, come se la famiglia che riusciva a slanciare maggiormente la propria torre verso il cielo fosse anche la più ricca e potente.
Detto questo, lo spessore del muro, l'assenza totale di aperture alla sommità come il confronto con torri di altre città ancora alla loro altezza originaria - la più alta delle bolognesi raggiunge i 97 metri - ci permettono di supporre che le torri superstiti fossero alte almeno il doppio di quanto sono ora!
In origine, inoltre, le torri erano per lo più disposte agli angoli delle vie e affiancate da un voltone che si appoggiava al muro della casa di fronte e si apriva su vie secondarie: tra i pochi rimasti merita una visita quello che da Corso Garibaldi introduce in via Sant'Ennodio.
Se le torri che ancora svettano al di sopra degli altri edifici sono poche, parecchie sono quelle mozzate al livello delle vicine case e riutilizzate come abitazioni, dopo aver scalpellinato i muri interni onde ricavarne vani. Nonostante la mutata destinazione d'uso e l'aspetto stravolto dall'intervento del tempo e degli uomini, attraverso piccoli ma inequivocabili particolari, come la diversa muratura, la posizione o angoli un po' più sporgenti, le cento torri si rivelano ancora all'occhio attento ed è stimolante e divertente passeggiare per le vie del centro storico alla ricerca di queste tracce del passato. |