In Africa un missionario rimproverava i suoi fedeli perché andavano nudi
'E tu', ribatterono indicando il volto, 'non sei anche tu nudo in qualche parte?'
'Certo, ma questo è il volto', si giustificò il missionario
Al che gli indigeni risposero: 'Ma in noi dappertutto è volto'
(Roman Jakobson)
“In cerca di Achab - Navigazioni e derive del volto fotografico” è il titolo della mostra è frutto di un laboratorio dedicato al volto in fotografia, ideato e diretto da Enrico Prada per i fotografi di OltreFoto - Laboratorio Permanente di Fotografia, a partire da alcune idee contenute nel saggio che Tullio Pericoli ha dedicato al ritratto in pittura (L’anima del volto).
Primo passo di questo lavoro: imparare ad osservare il volto, ovvero il tentativo di dar vita ad una ecologia dello sguardo, una pulizia visiva per sgombrare il campo visivo e la mente da luoghi comuni e automatismi. Per questo il volto è stato scomposto nei suoi elementi costitutivi di base: linee, forme, volumi, luci, ombre. Ne è scaturito un volto “esploso” in frammenti, decostruito; un volto visto, finalmente, per quello che è: una morfologia mobile. La prima fase della ricerca, dunque, è stata una navigazione in cerca dei segni del volto, prima ancora dei segni sul volto.
Secondo passo: imparare a leggere il volto, ovvero rimetterne insieme i frammenti, ricostruire il volto disperso (e ritrovato) per poterlo guardare senza pregiudizi. Per poterlo ascoltare. Un volto che, essendo prima di tutto Forma, mostra i tratti che lo compongono, i propri segni, come fossero pagine da leggere, da decifrare.
Ma a questo punto i fotografi di OltreFoto hanno cominciato a porsi alcune domande: come ascoltare il volto? Come ascoltare le frasi, le urla o le storie tracciate da quelle linee-bocca, curve-occhi, solchi-rughe? In altre parole, i fotografi davanti al volto come iscrizione da decifrare si sono trovati nella necessità di interrogarsi sul proprio mezzo espressivo: cosa può fare la fotografia davanti al volto?
Così, quella che sembrava una tranquilla esplorazione, una navigazione sicura verso le storie contenute nei volti si è trasformata in un incontro con un Maelström di domande. Improvvisamente il clima è cambiato, s’è fatto tempestoso: il volto si è dilatato, è diventato immenso. Un luogo ben più vasto delle apparenze: terminale di tutto il corpo, gorgo in cui vorticano presente e passato, l’oggi e la storia. Un luogo, ad esempio, dove le fatiche di una vita confluiscono in una ruga; o dove, nelle pieghe degli occhi, affiorano i tratti dei padri, della genealogia individuale. Il volto è diventato improvvisamente grande, troppo grande e la fotografia, il minuscolo tempo fotografico, troppo stretti per contenere in un solo e singolo attimo qualcosa di così smisurato, intenso e profondo.
Terzo passo: prendere atto di questa rotta frantumata, di questa deriva e tradurre in equivalenti visivi le domande e le inquietudini emerse nello sguardo.
In cerca di Achab, dunque, è il resoconto di queste interrogazioni davanti a un nuovo paesaggio: volti resi irriconoscibili (perché inafferrabili) dal mosso, dalla tecnica del panning o dallo sfocato. Volti resi illeggibili perché diluiti nell’acqua o sovraesposti sino al limite della bruciatura. Oppure ritratti che contengono altri ritratti: la propria storia riepilogata attraverso altre fotografie; doppie esposizioni che ritraggono in una sola immagine momenti diversi; o autoritratti che, sempre in doppia esposizione, sovrappongono ai segni di oggi quelli fantasmatici della madre. Immagini di volti dai margini aleatori, inafferrabili; in una parola: estesi, perché forse davvero “in noi dappertutto è volto”. |