Finalmente un'idea. E finalmente un film. Non si vuole certo sostenere qui che Il Gladiatore, l'ultima fatica di Ridley Scott, mitico regista di Blade Runner, sia il capolavoro dei capolavori, un'opera che rimarrà nella storia del cinema per l'incredibile coraggio espressivo del suo autore; tuttavia liquidarlo come un peplum in ritardo di quarant'anni sarebbe quantomeno ingeneroso nei confronti del film.
E questo per una serie di buone ragioni.
Anzitutto per Russell Crowe, il protagonista, davvero irriconoscibile con ventitre chili di meno rispetto all'impacciato scienziato/manager di Insider (ragazzi che film quello!) ma con una grinta che lo laurea davvero una delle più interessanti scoperte della stagione 1999/2000.
Crowe emana proprio uno strano fascino per le oltre due ore di spettacolo. Palestrato ma non più di tanto, antieroico, ma non più di tanto, sopra le righe il più delle volte e al tempo stesso assolutamente "in parte" se analizzato nel suo complesso, l'ex poliziotto di L.A. Confidential mescola il broncio di prammatica della figura dolente con l'attrattiva sexy dello sportivo d'oltreoceano (Crowe è neozelandese d'origine).
Eppoi il montaggio. La violenza de Il Gladiatore non è nel contenuto delle scene, nella battaglia, ma in "come" la battaglia viene ripresa, e soprattutto montata per il risultato finale.
Vedi, uno per tutti, lo scontro iniziale del film. Dove la luce livida dell'alba, il paesaggio scorticato dalle fortificazioni dei romani, i visi contratti dei combattenti riportano ad una concezione di guerra davvero recente, contemporanea diremmo, con tutto il dolore di "dover" combattere, con tutta la maledizione che si porta dietro il "dover" vincere.
Notevole poi il richiamo alla morte (vero tema portante del film, quello che lo imposta dall'inizio alla fine) presente già nel discorso iniziale del nostro eroe, del generale Maximus, con quell'invito fatto ai suoi di non preoccuparsi se di colpo tutto intorno a loro dovesse mutarsi per diventare quieto, sereno e bellissimo.
Vorrebbe semplicemente dire che sono morti combattendo.
La morte dunque come una sorta di liberazione dalle pene terrene che tuttavia non si può/non si deve inseguire, ma va lasciata nelle mani degli dei, perché è loro il compito di amministrarla su questa terra.
E se ci vergognamo del nostro "sentire col film" e vorremmo ricacciare quella lacrimuccia che si affaccia impertinente anche sul ciglio del critico più cinico alla frase finale "Cammineremo insieme nei campi elisi, ma non ancora" subito dopo ci chiediamo perché mai allora continuare a vedere film, ad andare al cinema, perchè mai se non per "sentire" ancora, "sentire" di più, "sentire" meglio e più in profondo.
Il Gladiatore è cinema da vedere con le viscere. Facendo il tifo. Partecipando.
Solo così usciremo dalla sala soddisfatti, avendo vissuto con passione, un'emozione di più. |