Non più illustratori e vignettisti famosi. Ad impugnare il lapis per la VI edizione della mostra Matite per la memoria sono stati i bambini del campo di concentramento di Theresienstadt.
Promossa l'Assessorato alla Cultura della Provincia di Pavia, per la ricorrenza del Giorno della Memoria, la mostra, curata da Andrea Valente, offrendo di anno in anno punti di vista differenti – citazioni tradotte in illustrazioni, vie di fuga degli ebrei tracciate su tavole, pagine dell’epoca nazista diventate vignette e oggetti che raccontano la vita all’interno dei lager –, “ La Provincia – ripropone gli orrori di uno dei capitoli più drammatici della storia, in una chiave adatta alla lettura anche da parte di un pubblico giovane che, per non dimenticare, deve prima conoscere.
“L’esposizione di quest’anno, costituita da una decina di pannelli,- ha commentato l’assessore ai Beni e alle Attività Culturali Marco Facchinotti – verte soprattutto su disegni e poesie realizzati dai bambini che sono stati deportati a Terezin, un campo di concentramento “di passaggio”, che fungeva da collettore per le operazioni di deportazione e “ospitava”, per così dire, soprattutto bambini”.
Da uno dei pannelli esposti, a partire da domani presso l’Istituto Cairoli di Pavia, estrapoliamo la storia di questo campo di concentramento:
“Nata come fortezza, la cittadina di Terezin (in tedesco, Theresienstadt), situata a sessanta chilometri da Praga e sede di caserme e prigioni nella Prima Guerra Mondiale, dalla fine del 1941 fu trasformata dai nazisti in ghetto e campo di transito per gli ebrei di quella zona dell’allora Cecoslovacchia annessa al Reich. Nel campo di Theresienstadt confluirono in seguito gli ebrei tedeschi, in particolare gli anziani, gli austriaci, gli olandesi e i danesi. In un luogo dove abitavano settemila persone furono stipati più di cinquantamila ebrei. Il loro destino era segnato: essere trasportati verso i campi di sterminio e rimpiazzati da altri ebrei.
Tra le testimonianze raccolte in seguito, qualcuno definiva il ghetto con la frase «balliamo sotto il patibolo». Nell’ambito della cosiddetta “Soluzione finale”, la propaganda nazista voleva tenere attivo un luogo che, nella finzione, dimostrasse all’opinione pubblica che la condizione degli ebrei nei lager non fosse dura e definitiva. Un luogo da mostrare attraverso un film, che fu girato all’interno del ghetto dai nazisti stessi, e da far ispezionare ai rappresentanti della Croce Rossa internazionale. Tale luogo fu Terezin.
Dalla fine del 1941 alla liberazione, nel ghetto di Terezin soggiornarono più o meno a lungo gli ebrei cecoslovacchi destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Tra di loro quindicimila tra bambini e ragazzi, dei quali ne sopravvissero novantuno. Del loro passaggio a Terezin è rimasta una commovente testimonianza, rappresentata da alcune migliaia di disegni e centinaia di scritti e decine di poesie”.
Ad essi, nella mostra visitabile fino al 19 febbraio nel capoluogo e poi trasferita a mede, si accompagnano immagini fotografiche originali dell’epoca. |