Un gradito ritorno al Fraschini: nell’ambito della Stagione di Prosa del teatro pavese l’attore e regista Carlo Cecchi metterà in scena Tartufo di Molière.
Carlo Cecchi, attore e regista, una delle figure emblematiche e al contempo controverse del nostro teatro, mette in scena con Tartufo il suo sesto testo del commediografo francese, affascinato dalla scrittura di un autore che fu lui stesso attore, e quindi, come accade oggi a Cecchi in veste di attore-regista, interessato al rapporto tra scrittura ed interpretazione scenica.
Entro una scena essenziale si muovono i personaggi in costume come in una girandola inconcludente: a rivestire i panni di Tartufo è Elia Schilton, che lo ritrae con fare ammaliatore, senza cedimenti emozionali, rendendo imperturbabile una apparenza tutta calcolata. Orgone, interpretato dallo stesso Cecchi, diventa l’anziano signore un po’ ottuso, svagato e ironico, la moglie Elmira, Licia Maglietta, racchiude invece in se tutte le virtù di cui gli altri personaggi sono deficitari: è saggia, accorta, decisa.
Molière (pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin 1622-73) scrisse Tartufo nel 1664 con il proposito di mettere alla berlina e screditare gli ipocriti, svelando i comportamenti di questi “fabbricatori di falsa devozione”. Nei secoli successivi la commedia ha consolidato il suo successo proprio perché al centro dell’azione c’è un personaggio doppio, sospeso tra orditore di trame e un poveraccio alla ricerca di un riscatto, che si muove tra finta umiltà e finti moralismi, emblema di una figura che sopravvive al trascorre del tempo, simbolo della falsità, dello zelo per convenienza.
Il testo, che riserva anche un’attenta introspezione psicologica, è comunque corale, calato in un interno familiare divorato da piccoli interessi personali, limpida espressione di una società perbenista.
La traduzione appassionata e pungente di Cesare Garboli, alterna una espressività moderna ad un classico stile in versi. |