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Pagina inziale » Spettacoli » Articolo n. 899 del 14 marzo 2003 (3358) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Ricordati di me
Ricordati di me

o della pornografia degli affetti

Che cosa spinge Gabriele Muccino a dipingere le nostre vite in modo ancora peggiore rispetto a quello che sono?
Che cosa ci fa dire "fortunati noi!" (sfigati quanto lo siamo...) appena usciti dalla sala dopo che abbiamo visto Ricordati di me?

È semplice: il modo assolutamente "pornografico", meretricio, eccessivo e caricaturale in cui il Muccino-pensiero (una variante povera del nichilismo nietzschiano) ci è stato trasmesso nelle quasi due ore precedenti.

La cosa sconvolgente è che nessuna della affermazioni che il film fa è anche solo parzialmente falsa.
Scriviamo, recitiamo, amiamo, vogliamo essere apprezzati e rivestire un ruolo per il piacere di "essere qualcuno".
L'anonimato ci spaventa, è come essere morti ancora prima di morire.

Ma c'è qualcosa di ancora più triste.
La ricerca dell'immortalità scade infatti a mano a mano che le generazioni si susseguono: per i padri e le madri i campi d'eccellenza erano e sono la letteratura o il teatro, per le figlie ed i figli la carriera di velina in tv o una festa che si faccia ricordare per la quantità d'erba distribuita.

L'arte ci attira e ci respinge con la stessa forza.

Scriviamo, recitiamo, organizziamo, andiamo (al limite) a letto ogni sera con un tipo diverso... ma vogliamo farlo bene, almeno quello... essere ricordati per qualcosa, essere importanti per qualcuno: "Com'è essere riconosciuti per strada, bello... fa piacere?" s'informa Valentina con il piccolo divo tv che è riuscita ad avvicinare pregustando già il suo prossimo successo...
Siamo tutti poca cosa.
Se togliamo i nostri sogni, le nostre tensioni interiori, i desideri inespressi, le fughe tanto pianificate e mai realizzate, se stigmatizziamo tutto questo, dicevo, vedendolo per quello che è, chiamandolo col suo nome, una povera illusione, che cosa rimane delle nostre vite?

L'insopportabile, continua, tremenda, sempre uguale routine di tutti i giorni, un lavoro indifferente, amici insinceri, parenti invisibili quando non fastidiosamente presenti.

A salvarci, come ben dice il regista, interviene per fortuna l'accidente (sotto forma d'incidente, tra l'altro, sottile ironia?!) un'auto che ti investe, un malanno improvviso, un lutto che ti coglie impreparato... e allora tutto cambia.

Tutto ciò che era grigio si tinge di rosa.
La bieca routine diventa abitudine agognata, speranza di ripresa.
Tutto, ma proprio tutto... camminare, vedere, respirare, persino amare la propria compagna, diventa bello, inaspettato, grandioso.

Adesso sì che siamo pronti a vivere... adesso sì che abbiamo imparato la lezione... ora non sbaglieremo più per cecità, non prenderemo la strada sbagliata solo per noia o per disgusto... ma... per quanto tempo? Per sempre?
Ma andiamo... soltanto fino alla prossima risibile, seria, personalissima (e che che commuove noi soltanto) piccola, insignificante crisi d'identità.

Ok, va tutto bene, ma, che ne pensate, ci voleva proprio Muccino e due ore di film per dircelo...

 
 Informazioni 
 

Roberto Figazzolo

Pavia, 14/03/2003 (899)

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