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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 11064 del 30 luglio 2012 (4199) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
I Beach Boys in Italia: c’ero anch’io!
I Beach Boys in Italia: c’ero anch’io!
Vi sembra un titolo esagerato? Per niente. Quello che i Beach Boys hanno tenuto a Milano il 27 luglio si preannunciava (ed è stato) un concerto “epocale”.
Perché? Almeno per due buone ragioni iniziali: la prima era che i Beach Boys non si erano mai (e dico MAI) esibiti in Italia. Erano venuti sì nel 1965, ma solo per uno Special televisivo (peraltro mai più trasmesso dalla RAI, le cui foto compaiono su alcune copertine di dischi).
La seconda ragione è che, per la prima volta dalla scomparsa di Carl Wilson (il secondo dei tre fratelli Wilson deceduto), la formazione con tutti i componenti originali sopravvissuti si presenta su un palco.
Ce ne era anche una terza di ragione (per buona misura): i 50 anni di attività del gruppo.
 
I Beach Boys sono stati (e sono) uno di quei pochi gruppi al mondo che hanno veramente segnato la storia della musica Rock. Il Surf, senza di loro, non avrebbe avuto una colonna sonora; né l’avrebbero avuta gli anni ‘60, la California e l’America tutta.
 
Brian Wilson, il fondatore e l’unico dei tre fratelli rimasto in vita, è considerato uno dei più grandi e importanti compositori del 900, al pari di Lennon-McCartney. Si deve a lui il cambio di stile nel modo di suonare il basso che Macca adottò dopo la lunga frequentazione della sua villa a Malibù.
Pet Sounds resta un capolavoro insuperato, forse ancora più importante (come contenuto innovativo) dello stesso Sgt. Pepper dei Beatles.
 
E allora eccomi lì, all’Ippodromo di San Siro, davanti ad un palco immenso, contornato (è vero) da un pubblico che va (generalmente) dai trent’anni in su, ma anche con un sacco di giovani che sono i più scatenati di tutti. C’è gente che si è portata anche la tavola da surf e le camicie hawayane e le collane di fiori non si contano.
 
Poi arrivano loro: Brian Wilson, Al Jardine (da lontano sembra ancora un ragazzino), Mike Love, Bruce Johnston (quello che dal 67 ha sempre sostituito Brian nei concerti durante la ventennale depressione che l’ha tenuto sdraiato su un letto, in una camera chiusa), David Marks (faceva parte della primissima formazione del gruppo, in sostituzione di Carl che faceva il servizio militare) e una pletora di musicisti (sul palco erano in 15 a cantare e suonare) di alto livello.
 
Due ore e un quarto di concerto e una cinquantina di brani eseguiti (per forza: la maggior parte delle canzoni superava di poco i due minuti e mezzo!). Non hanno lasciato indietro nessuno dei loro successi: dai primi surf ai complessi brani di Pet Sounds e Smile: Surfin USA, Help Me Rhonda, Don’t Worry Baby, Good Vibration, Sloop John B., Wouldn’t it be nice, Kokomo; persino una versione di California Dreamin e, immancabile, la sempiterna Barbara Ann.
 
E se Brian mostrava, a volte qualche difficoltà vocale, gli altri sopperivano con una tale massa di voci da rendere tutto incredibile.
Così come incredibile era l’atmosfera che si era creata sin dalla prima canzone: rilassata, allegra, tutti ballavano e cantavano. D’altronde i concerti dei Beach Boys sono nati (e sono sempre stati) l’equivalente di una grande festa sulla spiaggia.
Questa volta è stata sulla spiaggia “virtuale” di San Siro.
Splendido ed emozionante concerto. Sono contento di poter affermare: “c’ero anch’io!”. 
 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 30/07/2012 (11064)

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