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Pagina inziale » Ambiente » Articolo n. 210 del 5 dicembre 2000 (1926) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
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Le arie di oggi e i miasmi di ieri

"Sono contento di essere arrivato primo": proprio come usavano i ciclisti di una volta, colti appena superato il traguardo con un piede ancora sul pedale, a dichiarare la propria felicità di aver superato inaspettatamente tutti gli altri, così dovrebbe sentirsi ogni pavese. Vedendo la propria città in vetta alle classifiche ambientali.

Pare, stando alle graduatorie di Legambiente, che siamo eccellenti in aria finissima, in trasporti inappuntabili, in giardini curatissimi: insomma una qualità di vita come la nostra gli altri se la sognano.

Anche se sei altri capoluoghi lombardi ci tallonano da vicino mentre la metropoli milanese, e forse non potrebbe essere diversamente, in quanto a benessere ambientale se ne sta verso la coda della classifica.

Non c'è motivo di dubitare dell'obiettività di Legambiente alla quale, ovviamente, non fa certo dispiacere la coincidenza tra questi risultati e la presenza, a Palazzo Mezzabarba, di un "verde" all'assessorato per l'ecologia.

Un tempo per misurare la qualità dell'aria non si disponeva certo dei raffinati strumenti scientifici che si pensa siano stati fatti scendere in campo dagli estensori del rapporto di Legambiente.

Per capire se ci stavano avvelenando o meno i polmoni s'andava a naso: nel senso che ci si affidava, letteralmente, al proprio olfatto e in base a questo si sarebbe potuto delineare una sorta di mappa della arie cattive, velenose, inquinanti che correvano sui cieli e sopra i quartieri della nostra città.

Come si sa gli odori sono tra le presenze che più di qualsiasi altra stimolano il riaffiorare dei ricordi ma al tempo stesso essi sono volatili per natura. Non sono come visioni che si possono fermare con uno scatto fotografico. O suoni che si possono registrare su una cassetta.

Così solo le parole possono catturare a futura memoria il ricordo di cosa capitava sotto il naso sino a una ventina di anni fa girando per la nostra città.

Se s'arrivava da settentrione si era raggiunti in certe giornate di vento terso da un odore acre che sapeva di carbone, di ferro, di fuoco. Erano le emissioni delle fonderie, la Necchi Vittorio, la Necchi Campiglio, la Cattaneo poste verso il lato nord della città: non solo odori ma anche un finissimo pulviscolo che si spargeva sull'ambiente circostante (Policlinico e Forlanini compreso, a delizia dei polmoni dei ricoverati).

Tutt'altra solfa per chi arrivava dall'Oltrepò stradellino o dalla statale di Cremona: giunto nei pressi di San Pietro in Verzolo veniva assediato a un odore di uova andate a male che attanagliava lo stomaco. Erano i miasmi della Snia Viscosa che, giorno e notte, pompava i suoi veleni parallelamente allo svolgersi dei suoi filati artificiali.

A darle manforte nell'ammorbare l'aria di quella parte della città ma con una leggera variegazione, dall'uovo marcio si passava al cavolo lessato male e imputridito si metteva la Montecatini. Altro stabilimento chimico allora operante in zona.

Altri tempi e, ovviamente, altre arie. Anzi altri odori e miasmi.

Per aspirare in ogni senso a qualcosa di diverso, e di buono, bisognava lasciare la periferia e procedere verso il centro. Arrivare davanti alle pasticcerie di Strada Nuova, ai profumi di torta paradiso, di creme e cioccolata. Era l'aria più buona di tutta Pavia. Allora come oggi.

 
 Informazioni 
 

Giorgio Boatti

Pavia, 05/12/2000 (210)

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