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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 2483 del 6 dicembre 2004 (4977) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
'Mi chiamano la gringa'
'Mi chiamano la gringa'

"Mi chiamano la gringa" è il nuovo libro che Giovanni Pallavicini ha scritto insieme a Maria Elisa Calderoni, che sarà presentato alla cittadinanza martedì 14 dicembre nella Sala Consigliare di Palazzo Mezzabarba a Pavia.

Fin qui la breve ma sauriente notizia data da "giornalista" del portale che mi ospita.

Ora passiamo alla "lettrice" che ha avuto la possibilità di assaporare tutta la nostalgica dolcezza, non priva di commozione, che la lettura di questo piccolo libro le ha suscitato.

"Mi chiamano la gringa" è la storia di Lisa dal 1920 (i ricordi cominciano a quattro anni, nel 1920. Prima ci sono i racconti dei miei) ad oggi (solo i pronipoti, due marmocchi Sonia e Marco, qualche volta la chiamano bis, che sta per bisnonna, ma più spesso gringa).

Il trasferimento della famiglia, dopo la prima Guerra Mondiale nel paese di Cava Manara più grande e vicino alla città di Pavia, la decisione di emigrare in Argentina, la nuova vita nel ranchito, la scuola e le difficoltà ad integrarsi (presto dovetti accorgermi di essere emarginata sia dall'insegnante che dai miei compagni... tutti mi chiamavano la gringa, la straniera italiana); la gioia del rientro a Cava Manara ; il lavoro di aiuto di sartoria nel laboratorio di Via San Gerolamo Miani, frequentato dalla "Pavia bene"; l'Atelier di Madame Juliette a Milano ed il lavoro di mannequin, il matrimonio, i ricordi.

Il libro al di là della storia che narra, è ricco di molti spunti di riflessione, soprattutto per i giovani che vivono in questo frenetico, moderno, informatizzato mondo dove tutto o quasi è sotto gli occhi di chiunque.
Tra le pagine che racchiudono la vita di Lisa, si scoprono vecchi mestieri (il bottaio che costruiva le botti dove invecchiava il vino), lo zoccolaio (che produceva e vendeva gli zoccoli in legno); i lavander, i gerò; il venditore di ghiaccio che d'estate passava con il suo carro trainato da un cavallo.
Colpisce la concezione di "distanza" (la scuola si trovava in frazione Tre Re e la mia insegnante abitava a Mezzano di Travacò Siccomario: tutte le mattine faceva a piedi cinque o sei chilometri di strade di campagna) oppure il viaggio in treno da Pavia a Genova (non so quanto durò quel giorno in treno. A me parve infinito, perché interrogati mamma e papà rispondevano ogni volta che eravamo vicini).
La tavola che è quasi sempre associata a momenti di gioia e di festeggiamenti. La pasta bastarda con la quale la mamma preparava il pane ed i malghin, biscotti a forma di ciambella; la polenta fatta con la farina di mais; i piatti della cucina argentina, la bottiglia di buon vino, i salami, le fette di miccone preparati per festeggiare il rientro in Italia; la cioccolata calda che si gustava alla caffetteria "Cima" all'angolo tra via Beccaria e via Bossolaro...

La pubblicazione del libro, rientra nell'ambito del progetto "Centro Risorse Anziani" presentato dall'AUSER Comprensiorale di Pavia, che prevede la realizzazione del "Laboratorio della Memoria" impegnato alla valorizzazione delle testimonianze autobiografiche e delle "storie di vita".

 
 Informazioni 
 

Valeria Hotellier

Pavia, 06/12/2004 (2483)

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