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Pagina inziale » Turismo » Articolo n. 253 del 3 dicembre 2003 (5246) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Tra il 224 e il 220 a.C. - I parte
Tra il 224 e il 220 a.C. - I parte

L'occupazione romana della Gallia cisalpina

Roma si rimise presto dal saccheggio gallico e iniziò a combattere le guerre sannitiche per l'egemonia sui popoli vicini. Sconfitta prima alle forche caudine, riuscì, nel 295, a sconfiggere Etruschi, Umbri e Galli Senoni collegati, diventando signora di tutta l'Italia centrale.
Successivamente, nel 260, riuscì a conquistare anche l'Italia meridionale portando i suoi confini dal Rubicone a Messina. Iniziò così l'occupazione della Sicilia dove sì trovò a dover fronteggiare Cartagine: la guerra durò ben 23 anni e solo nel 241 Roma diveniva padrona anche delle isole.

Mentre Roma combatteva e si ingrandiva, nelle terre della Insubria, della Cisalpina e della Liguria, i Galli accrescevano la loro prosperità e ogni tribù mirava a un suo dominio per uscire dal controllo che i forti Insubri esercitavano su di esse.
I villaggi si trasformavano lentamente in città con la costruzione di nuove capanne, istituendo mercati propri, spianando campi per le esercitazioni di guerra e costruendo templi.
Fin d'allora, Mitt-land (Milano) venne considerata come capitale di tutta la vasta zona padana.

Dagli Insubri si staccarono vari gruppi ma, per dimostrare che erano ancora i più forti, quando i Boi, preoccupati dalla vicinanza romana (in quanto il loro confine era al Rubicone), decisero di dare di nuovo il sacco a Roma, accolsero il loro invito rinnovando l'impresa che, anni prima, i loro padri avevano compiuto col Bren: nel 225 a.C., invasero l'Etruria e presso Fiesole dispersero il limitato contingente romano ivi insediato.

L'anno seguente, un grande esercito romano passò al contrattacco. Gli Insubri si mobilitarono raccogliendo circa 50.000 guerrieri, cui non si unirono altre tribù che volevano vivere in pace.
All'altezza del fiume Chiese avvenne lo scontro campale che terminò con una chiara vittoria romana. Gli Insubri chiesero la pace, ma Roma rifiutò e nel 222 inviò nuove legioni a terminare e consolidare la conquista.
Il rifiuto romano di concedere la pace e la minaccia d'invasione, portò Insubri e Gesati a ricomporre un nucleo di circa 60.000 combattenti che attesero il nuovo esercito romano sulle rive del Po.

Il Console Marcello, staccatosi dal grosso dell'esercito romano condotto da Scipione, raggiunse Clastidium (Casteggio) ove si trovavano i Gesati condotti Re Virdumaro che, vedendo il Console con così poca truppa e con pochi cavalieri, li attaccarono senza esitazione.
Il Console Marcello, fatto voto a Giove, si scagliò contro il Re che avanzava alla testa dei suoi Gesati e, con un colpo d'asta magistralmente assestato, gli trapassò lo scudo e lo uccise.
I Gesati, a quella vista, fermarono l'attacco, si ritirarono e, rimasti senza guida, si dispersero mentre gli Insubri, rimasti soli, ripiegarono su Mediolanum.
La battaglia fu breve ed anche gli Insubri cedettero di fronte alle sopraggiunte legioni di Scipione: la valle padana diventava così conquista romana.
Occupata la città più grande, quella che poteva essere considerata la capitale dell'Insubria, i Romani si diedero ad occupare e presidiare anche tutte le altre città minori.

A Tek-im si fermarono: non era un qualsiasi agglomerato di capanne, vi erano difese, il terreno costellato di stagni poteva nascondere insidie, gente numerosa ed armata veniva loro incontro...
Erano armati, è vero, ma consci dell'inferiorità numerica rivolsero le punte delle lance a terra - segno evidente di non belligeranza - e i centurioni ne accettarono la resa. I Romani furono accompagnati all'interno del villaggio e non mancarono di notare la posizione strategica di questo insediamento piccolo, ma dotato buona industria locale e situato al centro di una zona di ampia produzione agricola.

Un forte presidio ne prese possesso e, mentre assicurazioni di pace venivano fatte alla popolazione che li andava osservando cercando di comprendere la loro lingua, al villaggio fu subito dato un nome latino... "Ticinum", rispettando il paradigma celtico, senza però distinguere il luogo dal fiume, indicati, in questo primo periodo, con lo stesso nome.

(...continua...)

 
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La Redazione
(Tratto da "La storia di Pavia raccontata da Virginio Inzaghi" - Libro I, 1000 a.C.-567 d.C.: periodo celtico romano, gotico e bizantino) di Virginio Inzaghi

Pavia, 03/12/2003 (253)

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