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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 2825 del 23 marzo 2005 (3239) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Joe McDonald
Joe McDonald

Grazie Simo!
L'avevo promesso... e l'ho fatto. Avevo promesso di ringraziare Simone per avere insistito ed essere riuscito a convincermi ad andare a sentire Country Joe McDonald Domenica sera (20 Marzo) a Spaziomusica (Pavia); e meno male che sono andato.
In realtà temevo che fosse la clasica apparizione di un'icona degli anni '60, un po' lessata, che si limitava a fare tre brani e via. Non è stato così.

"Il modo di far musica che abbiamo inventato negli anni '60 - la strumentazione elettrica, i grandi impianti di amplificazione, l'enfasi drammatica posta sulla performance - ha influenzato tutto quel che è venuto dopo: il punk, il grunge, il thrash, la trance. E' arrivato il momento di far risentire la nostra voce pacifista, con quel che sta succedendo nel mondo". Country Joe McDonald, il vecchio eroe dell'acid rock e della canzone di protesta che dal palco di Woodstock orchestrò un oceanico vaffanculo all'indirizzo dell'establishment (il suo famoso "fuck cheer"), è tornato.

Ezio Guaitamacchi, sale sul palco di Spaziomusica, lo presenta e gli lascia la scena.

Joe imbraccia la chitarra e comincia a suonare...ed è subito magia! Non è un "reduce" degli anni '60 è un musicista e un personaggio "vero"; non fa l'imitazione di sé stesso e di un'epoca ormai scomparsa, suona-canta-si esprime così, con uno stile diretto e ironico che non ha tempo.
"I feel like I'm fixin' to die" non può mancare nella scaletta del concerto e nella voce, negli occhi e nelle canzoni di Country Joe il vessillo dei Sixties sventola più alto che mai. "Molte delle cose che oggi diamo per scontate sono conquiste di quel periodo", ricorda lui; ma al di là dell'identificazione stretta con un'epoca McDonald (che vive ancora a Berkeley, patria delle prime contestazioni studentesche, e oggi ha 63 anni compiuti) ha uno sguardo attento sul presente.

"Support the troups", è una canzone nuova di zecca che vede la guerra da un nuovo punto di vista: la consapevolezza che i soldati stessi sono tra le prime vittime delle guerre assurde, muoiono o tornano storpiati o disadattati tra la gente che li emargina.
"Sosteniamo le truppe (gli uomini)" dice "e combattiamo il sistema che li usa. E, soprattutto, non dite che fate la guerra in mio nome. Non lo accetto: è una vergogna per l'America".
Racconta di concerti e fatti da Enciclopedia del Rock: Janis Joplin (sua compagna all'epoca) che si scopre le tette in pubblico e Jim Morrison che piscia sui poliziotti sotto il palco. "La Polizia era un po' nervosa" dice, con un'espressione ironica.

Ma la musica la fa da padrona e incanta, ammalia, fa viaggiare nel tempo, stupisce, diverte, seduce, indigna.
Il pubblico è rapito e la differente età delle persone che lo compongono (dai 20 ai 60 anni) scompare sotto i colpi di maglio di una musica e di un'artista fuori dal tempo.

Due ore di concerto...e avrei potuto restare lì a sentirlo per altre due!

Guardandolo negli occhi, mi sono accorto di una cosa e lasciatemi fare questa piccola riflessione pseudo-filosofica; tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di vivere (e fare) gli anni '60, al di là delle ridicole mitizzazioni e delle patetiche celebrazioni, abbiamo avuto un dono-maledizione di vedere il nostro corpo invecchiare e, dentro, siamo rimasti tutti dei ventenni. E se allora nei nostri occhi si vedeva la fiamma della passione per l'idea di poter cambiare il mondo (non ci siamo riusciti, o solo in piccola parte) oggi si vede ancora una fiammella, piccola sì, ma sufficiente a farci sopportare un mondo che non ci piace.

 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 23/03/2005 (2825)

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