Chi ha ucciso Benito Mussolini? Con quale arma e con quanti colpi? Il suo corpo e quello di Claretta Petacci sono stati sottoposti, prima o dopo la morte, a violenza? Cosa è successo esattamente a Giulino di Mezzegra, a Dongo e a piazzale Loreto fra il 27 e il 29 aprile del 1945?
Dopo sessant'anni e un gran numero di libri e articoli pubblicati, uno degli episodi più rilevanti del Novecento, spartiacque del nostro Paese, rimane ancora avvolto nell'incertezza. Una verità offuscata da versioni contraddittorie, imprecisioni, silenzi, reticenze, leggende e speculazioni di parte.
Oggi, dopo uno studio durato anni, il criminologo Pierluigi Baima Bollone, ordinario di Medicina Legale presso l'Università di Torino, ricompone tutti i documenti e le testimonianze sull'argomento utilizzando nuovi reperti e tecniche moderne di ricostruzione fotografica in modo da far emergere particolari finora non considerati. E' nato così "Le ultime ore di Mussolini", libro che è anche una biografia del Duce dal punto di vista, originale e ricco di spunti interessanti, di un medico. Un'analisi meticolosa e scevra da facili determinismi delle reciproche influenze fra i problemi di salute di Mussolini e certi suoi comportamenti personali e politici. Si scopriranno così tutti i risvolti e le conseguenze della sua dolorosa malattia allo stomaco, della sua presunta sifilide e delle crisi depressive che lo accompagnarono negli ultimi giorni di vita.
I documenti che si riferiscono alla uccisione di Benito Mussolini e di Claretta, il 28 aprile 1945, citano due armi, una pistola italiana e un mitra francese. Le armi ci sono ancora.
La pistola Beretta 34 calibro 9 mm matricola 778133 è custodita nel Museo Storico di Voghera: era stata conservata da Alfredo Mordini "Riccardo", protagonista in quelle ore a Dongo, sino alla morte, sebbene fosse "arma da guerra". Mordini l'ha ricevuta a Dongo da Aldo Lampredi "Guido", di ritorno da Mezzegra, "per ricordo" dell'uccisione del duce. Dopo la morte di Mordini, la vedova la consegna a Piero Boveri, partigiano di Varzi, che a sua volta nel 1983 la cede al Museo Storico di Voghera, insieme alla bandiera di guerra della 51° Brigata Capettini, da cui furono tratti i componenti del plotone di esecuzione dei gerarchi fascisti catturati a Dongo.
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Il calibro è 9 mm. corto, il caricatore contiene sette cartucce. È lunga 15 centimetri e pesa 625 grammi a caricatore vuoto; il modello fu diffusissimo e rimase in produzione dal 1934 al 1978. In Italia è stata data in dotazione alle forze dell'ordine e alle forze armate fino alla fine degli anni Settanta.
Il mitra era un arma automatica francese, un MAS modello 1938, prodotto in un grandissimo numero. Nel 1976, il mitra in questione è trasferito al Museo storico nazionale di Tirana che nel 1980 lo espone al pubblico. L'Archivio di Stato di Tirana conserva la lettera di accompagnamento di Walter Audisio "colonnello Valerio", all'epoca deputato del PCI, indirizzata al Partito comunista albanese in data 30 novembre 1957 in cui dichiara, descrivendola, che questa è l'arma che sparò al Duce. |
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Cosa accadde quel giorno a Dongo? Al di là delle mille ricostruzioni, delle mille congetture, si può ritenere che l'azione determinante per i due decessi sia stata effettuata da due tiratori, dei quali il primo posto frontalmente al bersaglio costituito dalla Petacci e da Mussolini affiancati e leggermente sopravanzatisi l'una all'altro, e il secondo lateralmente.
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| Il fuoco dovrebbe essere stato aperto dal tiratore che era sulla destra dei due, colpendo l'uomo al braccio e al fianco destro, e la donna, oltre al fianco destro, sotto l'ascella. L'arma di questo tiratore poteva essere una pistola automatica. Invece il tiratore che poi sparava al petto dei due, si direbbe armato con arma automatica adoperata a distanza assai vicina in due volte. |
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L'analisi attenta e disincantata del professor Baima Bollone, ne Le Ultime Ore di Mussolini, lascia poco spazio al mistero, ma effettivamente non risolve tutte gli interrogativi.
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I risultati raggiunti portano innanzitutto a escludere la teoria della doppia fucilazione, quella "vera" al mattino, a casa De Maria, e la "messa in scena" al pomeriggio davanti al cancello di Villa Belmonte. Questa teoria, comunque, è stata sostenuta da molti e svolta in molltissimi libri.
L'esame dei cadaveri ha permesso di stabilire che il decesso è avvenuto nel pomeriggio di sabato 28 aprile 1945. Non esistono elementi per sostenere che il mortale ferimento sia avvenuto in casa De Maria. Mussolini era vestito, infatti. È probabile che anche la Petacci lo fosse se la pelliccia ritrovata sul cadavere mostra un'ampia perdita di sostanza in corrispondenza del dorso riferibile a una raffica esplosa a breve distanza, e se al momento dell'esumazione del 1947 indossava indumenti nei quali aveva nascosto preziosi.
Tutti gli elementi a disposizione portano a escludere che siano state individuate tracce di violenza sessuale. È tuttavia probabile che la Petacci sia invece stata raggiunta da una colpo al volto prima di morire e da molte altre dopo il decesso. L'analisi delle fotografie non ha neppure consentito di individuare tracce della legatura con filo di ferro o altro dei polsi di Mussolini, postulata dalla tesi che prima di essere fucilato sia stato legato con i polsi dietro la schiena alla porcilaia di casa De Maria. Tutto questo mal si accorda con la tesi della "doppia fucilazione" nei cui confronti non emerge alcun elemento tecnico anche solo tenuemente indicativo.
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Rimane il dubbio per le molte versione incongruenti una con l'altra fornite dal fucilatore "ufficiale" Walter Audisio, troppo contraddittorie rispetto ad altri elementi certi e tra loro, in molti particolari essenziali, tra l'altro, per non sollevare dubbi su come si siano veramente svolte le cose.
Eppure, tutti gli elementi a disposizione conducono a ritenere che la "fucilazione" di Mussolini si sia effettivamente verificata accanto al cancello di Villa Belmonte poco dopo le ore 16 del 28 aprile 1945, ma con modalità diverse da quelle indicate.
Quella che più soddisfa, secondo il professor Baima Bollone, è la versione del partigiano "Sandrino", uno dei custodi di Mussolini nella notte dopo la cattura a casa De Maria, il quale vede il "colonnello Valerio" esplodere due colpi a Mussolini che rimane in piedi. Seguono una breve raffica di mitra a sinistra e altri due colpi di "Valerio".
Chi era effettivamente presente? Chi impugnava la pistola ora al Museo Storico di Voghera? |