Inutile negarlo. Persino il più militante dei critici, persino il meno 'meritocratico' e sanamente distaccato dalle convenzioni non può non ammettere l'innegabile valore dei premi conferiti al termine del più importante festival del cinema italiano.
Premi pesanti ben al di là della già cospicua stilizzata sculturetta zoomorfa consegnata ai vincitori di questa sessantaduesima edizione della Mostra della Laguna.
Pesanti perché conteranno ancora molto sulla decisione del pubblico a vedere oppure no quei film. Pesanti perché al di là della critica, si dirà, quel film è piaciuto alle persono giuste, gente di cinema, gente della quale ci si può fidare, o addirittura anche per sfida: "...vediamo un po' che cosa ci avranno trovato questi intellettuali nel film che hanno deciso di premiare?".
Dopo che venerdì erano stati consegnati i già annunciati Leoni alla carriera, uno autentico, quello al maestro dell'animazione giapponese Hayao Miyazaki, autore di colossi come Spirited Away, che persino il 'Figazzolo' è riuscito a portare a Pavia, o L'errante Castello di Howl, che spero di farvi vedere presto, ed uno più obbediente a logiche di campanile (ma non Achille, sfortunatamente), quello alla pur brava Stefania Sandrelli, è finalmente giunto, sabato, il momento della premiazione più importante.
La tensione era palpabile. Al lido tutta la gente che non era riuscita ad entrare in sala si assiepava davanti ai maxischermi. E persino Hollywood Party, la trasmissione di cinema di Rai radio Tre, poteva contare su di una bella ressa davanti alla postazione esterna dalla quale aveva, nell'indifferenza generale, trasmesso per tutta la durata della Mostra.
Si comincia con le Oselle: premio alla miglior sceneggiatura per George Clooney e Grant Heslov per il film Good Night and Good Luck.
La tensione aumenta ancora.
Com'è possibile che il grande favorito di tutta la mostra, quello sul quale si erano concentrati tutti i pronostici abbia alla fine soltanto un premio collaterale! O avrà avuto "anche" questo? Staremo vedere. Clooney intanto sale sul palco, ringrazia, è sereno ed emozionato al tempo stesso. Si conferma quel grande che è insomma.
Poi Osella alla miglior fotografia a William Lubtchansky, per il film Les Amants réguliers, un Dreamers più autentico di quello di Bertolucci sul sessantotto a Parigi girato dal guastatore del cinema francese Philippe Garrel, Premio Mastroianni miglior giovane attore/attrice emergente a Ménothy Cesar, credibilissimo gigolò nero haitiano di Vers Le sud di Laurent Cantet.
Piccola polemica nel Leone Speciale a Isabelle Huppert "per lo straordinario contributo dato al cinema" che l'attrice generosamente declina al regista del film che l'ha portata quest'anno a Venezia, Patrice Chéreau, con Gabrielle: "Sono stata premiata in questo festival quindi per come mi ha diretta Chereau, non è merito mio!".
Ed ecco i premi più importanti: Coppa Volpi miglior interpretazione femminile a Giovanna Mezzogiorno per La bestia nel cuore di Cristina Comencini. Giovanna è giovane, brava e molto bella. Che cosa pretendere di più da lei? Sale sul palco e dopo essere riuscita a commuovere il pubblico dedicando il premio al suo maestro Peter Brook (ricordate Il signore delle mosche col quale vi ammorbo a scuola cari pischelletti?!) che le ha insegnato a recitare e le è stato vicino dopo la prematura morte del padre dice che il premio le sembra meritato: "perché lei all'Italia ha già dato tanto
". Mah!
Volpi al miglior attore per lo "stratosferico" David Strathairn (lui quanto avrà dato all'America cara Giovanna?!) di Good Night, and Good Luck, a questo punto anche i più scettici l'hanno capito, il Leone maximo non sarà il bel George, ma chi allora?
Solo aspettando lo sapremo.
Premio Speciale della Giuria al sanamente inquietante Mary di Abel Ferrara, un film di coproduzione italiana sulla storia di Maria Maddalena, ex prostituta redenta, come sostengono i vangeli ufficiali o tredicesimo apostolo, e addirittura prediletto, o ancora di più, amante o moglie di Cristo stesso, come dicono gli apocrifi?
Un ottimo esempio di come fare un bel film con poco denaro e molto talento.
Leone d'argento miglior regia a Les Amants Reguliers di Garrel, che quindi fa una bella incetta di riconoscimenti, vedremo se riuscirò a portarlo anche sui nostri schermi.
E finalmente ecco il vincitore: Leone d'Oro per il miglior film a Brokeback Mountain di Ang Lee.
È una sorpresa. Una vera sorpresa.
Tanto per dirne una critici seri come Steve della Casa l'avevano indicato addirittura come il film del concorso che avevano detestato di più.
Perché allora vince Lee?
Beh, semplice, perché Brokeback Mountain è un grande melodramma e, vi sembrerà strano, ma oggi, nel 2005, non c'è un genere che divida tanto quanto il melò.
Storia d'amore omosessuale, tenerissima ed impossibile nei bigotti states degli anni cinquanta tra due "omaccioni gentili", che per vivere fanno rodei e curano le pecore durante i bivacchi estivi, quello di Ang Lee è uno dei film più commoventi e coinvolgenti, che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi.
Davvero, come sostiene il regista, l'aspetto omosessuale (e sessuale tout-court verrebbe da dire) scende in secondo piano.
I due protagonisti si amano come esseri umani, come persone.
E l'amore si conferma ancora come la forza più incredibile che muove questo mondo per il resto abbastanza di cacca.
Forse se ce ne faremo una ragione cominceremo tutti quanti a vivere meglio!
Baci a tutti quanti, anzi, "buona notte e buona fortuna" dal vostro inviatino del "cuore". |