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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 3365 del 12 settembre 2005 (2548) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Fare Festival chiude in bellezza
Fare Festival chiude in bellezza

Anche la 6^ edizione di Fare Festival è giunta alla sua conclusione, sabato sera, con il concerto di Mick Abrahams.
Quella che, all'inizio, era sembrata una sfida (portare il Festival fuori dalla sua sede naturale, il Castello Visconteo, e inserirlo nel centro della città, in Piazza della Vittoria) si è rivelata una scelta vincente, grazie anche alla scelta del tema: il Blues.
Pavia ha dimostrato di possedere una grande "anima Blues" (tanto per usare un termine caro a Finardi; uno dei protagonisti degli ultimi appuntamenti) e, tutte le sere, una grande folla ha gremito la piazza e seguito i concerti, gli incontri, le proiezioni, mostrando di apprezzare, partecipando e appaludendo.
Forse bisognerebbe fare una riflessione su tutto ciò e pensare a future ripetizioni di serate a tema blues, magari come "appendici" autunnali delle future edizioni.
Ma riprendiamo il discorso da dome l'avevamo lasciato nell'ultimo resoconto.

Giovedì 8 settembre, in Santa Maria Gualtieri, c'è stata una proiezione di filmati dedicati al grande Jimi Hendrix; in una rassegna di Blues non poteva mancare colui che, proveniendo proprio dal Blues, ne ha cambiato le sonorità sublimandole in un selvaggio rock, mostrando cosa e quanto si poteva "tirare fuori" da uno strumento ai chitarristi di tutto il mondo. Oltre due ore di filmati inediti che hanno saziato anche i fans più accaniti.

Venerdì 9, il maltempo sembrava aver concesso una tregua: era uscito anche il sole. Poi, però, verso sera, ecco arrivare il diluvio. Alle 19, quando presso il Pub Broletto comincia l'incontro (condotto da Enzo Gentile) con Eugenio Finardi, sembra proprio che il concerto sia a rischio. Il Festival "viene graziato" ancora una volta e le nuvole si allontaneranno in tempo.
Durante l'incontro, Finardi spiega la sua conversione al Blues, che più che conversione lui definisce "ritorno". Le sue prime esperienze musicali (in compagnia di Fabio Treves) furono prorpio con questo tipo di musica; è stata la sua carriera di cantautore ad allontanarlo. Adesso che non si ritrova più nei vecchi panni ormai noti, sceglie di tornare alle radici.
Parla anche del suo progetto per un Blues Aid in favore dei musicisti della Louisiana colpiti dal tornado: una serie di concerti grandi e piccoli da tenersi in varie città d'Italia, con ospiti più o meno illustri, che coinvolgano tutti i musicisti, anche quelli "di base" e non solo i grandi nomi. Per biglietto, una maglietta numerata che dia possibilità di accesso ad uno qualsiasi dei concerti. L'idea è bella, speriamo che riesca ad attuarla.
Chiede anche notizie dei Rude Mood (gruppo pavese) di cui ha ascoltato il disco, che ha molto apprezzato, al punto di scrivere loro una lettera di congratulazioni.

Eugenio Finardi - Fabrizio Poggi

Alle 21 e 15 inizia il concerto che si apre con la sua versione di Soul of a Man, canzone di J.B. Lenoir, che ha dato il titolo all'album e al progetto Anima Blues. Il repertorio si basa proprio sull'intera scaletta dell'album (compresa la versione di Spoonful di Dixon) più alcune "chicce" come The House of rising sun e una versione arrangiatissima di Diesel, unica presenza concessa dal vecchio repertorio cantautorale.
Finardi è convincente in questa sua nuova veste di bluesman e il suo perfetto inglese (senza accenti italiani, viste le sue origini americane) lo rende ancora più credibile. Vince Vallicelli (che lo accompagna alla batteria "da una vita") è roccioso come sempre e la sua esibizione al washboard (asse da lavare in metallo zigrinato che si suona con due cucchiai)diverte ed eccita la platea. Pippo Guarnera (uno dei due migliori hammondisti italiani, insieme a Marsico) è un po' sottosfruttato: lavora benissimo con i bassi (in effetti, nessuno si accorge che non c'è un bassista sul palco), ma poi si limita a dei "tappeti" di accompagnamento con qualche sporadico assolo. Peccato. La rivelazione è il giovane Massimo Martellotta alla chitarra. Quel diavolo di un ragazzo suona come il grande Mike Bloomfield ed ha un gusto incredibile.
Ad un certo punto dello spettacolo Finardi annuncia che tra il popolo del blues è buona regola avere degli ospiti sul palco con cui condividere emozioni e invita a raggiungerlo Fabrizio Poggi (Chicken Mambo/Turututela) che aveva intravisto tra il pubblico. Poggi suona l'armonica in due brani e poi tornerà sul palco per i bis finali.
Lo spettacolo funziona talmente bene che, a forza di bis, si arriva a mezzanotte.

Mick Abrahams

Sabato 10 è annunciata, ancora una volta, pioggia ma... esce il sole e gli animi si tranquillizzano.
Il concerto conclusivo del Festival è affidato a Mick Abrahams, ex-chitarrista dei Jethro Tull e dei Blodwin Pig.
E' stato il concerto che, personalmente, ho apprezzato di più; quello che mi ha più coinvolto emozionalmente, riportandomi alla fine degli anni '60 quando ho imparato ad amare e a suonare il British Blues e le sue modalità chitarristiche così affini al rock: poche note, tirate allo spasmo e una tonnellata di anima nelle dita.
Abrahams suona esattamente così e la sua musica ti scende dalle orecchie allo stomaco, te lo strizza e poi ti libera, sazio e soddisfatto.

Abrahams Bunker Garavelli

Con lui, sul palco, alla batteria c'è un altro ex-Jethro, Clive Bunker. Roccioso e grintoso come sempre, è una specie di "fratellone" per Abrahams che, per tutta la cena, non ha fatto altro che bombardarlo con una serie serratissima di battute di puro humor inglese.
Il basso, invece, era affidato al giovanissimo Andrea Garavelli (italiano) che proviene dal gruppo Beggars' Farm, la band italiana tributo ai Jethro Tull ufficialmente riconosciuta dal gruppo e con cui, spesso, si esibisce lo stesso Bunker.
Pubblico in delirio, grandi applausi, bis... e poi le luci si spengono sul palco e su questa edizione di Fare Festival.
L'appuntamento è per l'anno prossimo.

 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 12/09/2005 (3365)

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