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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 3814 del 27 gennaio 2006 (1902) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Ovunque proteggi
Ovunque proteggi

Al primo ascolto lascia perplessi e dubbiosi: mistificante calderone o capolavoro?
Sì, perché in questo nuovo disco la forma-canzone viene smembrata, dilaniata, espansa sino a ricordare la forma-opera-sinfonia, con le sue overture, larghi, andanti ecc.

Un concept-album, uno zibaldone di suoni e stili o una antologia tesa a valorizzare il lato "buono" della globalizzazione, con una multietnicità musicale che raccoglie sapori e spezie da ogni angolo del mondo per formare una pozione magica?
Raggiunto l'apice del successo con "Canzoni a manovella" del 2000 (più di 70.000 copie vendute), se si esclude una raccolta ("L'indispensabile") del 2003 con l'unico inedito rappresentato dalla cover di "Si è spento il sole", vecchio hit di Celentano, questo "Ovunque Proteggi" è il primo disco di inediti da cinque anni a questa parte per Vinicio Capossela.

Settimo album per il cantautore di origine tedesca (è nato ad Hannover), è stato inciso con musicisti come Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), il Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (ex-Area) al contrabbasso e Gak Sato all'elettronica e registrato in giro per l'Italia (Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Montebello, Calitri, Scandiano, Roma, Milano).
Nenie arabeggianti, temi mistici, cori, orchestre, atmosfere cupe e deridenti strofette si alternano a ballate e recitativi. Luoghi mitici invocati (Troia, il Colosseo) e luoghi reali rivisitati (l'Asia e la moderna Mosca). La musica evoca tutto e tutti: dall'immancabile maestro Waits a Bregovich, Paoli, Tenco, Tchiaikovsky, Weil, Los Lobos, Dr.John, Bubola, Petrolini, la musica bandistica, le colonne sonore, l'elettronica, Melville, le scritture Sacre, Dario Fò, il dixieland, il Musical di Broadway, il pathos partenopeo e la languida colta tristezza mitteleuropea.

Insomma, un gigantesco affresco che può apparire caotico me che, a mio parere, si rivela una geniale sintesi dello scibile musicale.
"Non trattare" è una nenia mistico-delirante arabeggiante a cui segue "Brucia Troia", delirio omerico, registrato nella Grotta Carsica di Ispinigoli in Sardegna, con Ribot e tre tenori sardi: rumori, inserti chitarristici, campanacci di mamuthones e citazioni dall'Edipo Re di Pasolini. "Dalla parte di Spessotto" ci fa ritrovare un po' del solito Vinicio prima di "Moskavalza", techno-visione della metropoli russa, e del recitato farneticante di "Al Colosseo".
Una sterzata nel passato più "caciaroso" di Capossela con "L'uomo vivo", "Medusa cha cha cha" e "Nel blu" prima di passare alla nostalgica "Dove siamo rimasti a terra Nutless".
"Pena de l'alma", tra Messico e Napoli (o potete anche immaginare un gondoliere veneziano), riporta alle ballate più malinconiche "Lanterne rosse" e "Ovunque Proteggi", intermezzate da quella "S.S. dei naufragati", che drammaticamente richiama (e si ispira a) Melville e Coleridge, con violoncello, armonium, coro e theremin a sottolineare il recitativo.

Ripeto il concetto espresso all'inizio: non so quanto ci sia di "furbescamente" costruito e quanto di spontaneamente istintivo, so solo che il risultato è un "grande" disco.

 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 27/01/2006 (3814)

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