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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 501 del 5 luglio 2002 (3845) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Meccano
Meccano

Dalle tenebrose brume di un sogno aperto sul nulla si sviluppa l'idea di una parvenza di realtà i cui freddi ingranaggi di un mondo meccanico stritolano ogni cosa: corpi e pensieri.

In perfetta sintonia con l'imperfetto e dissacrante stile della beat generation di un Ginsberg, l'anonimo autore di Meccano, regista improvvisato di un cortometraggio cartaceo di cui egli stesso è l'improbabile protagonista, cucina un "indigeribile" piatto freddo: noi siamo i sandwiches di questa realtà e le nostre vite sono soltanto allegorie.

Del resto ogni visione del mondo dalla più pacifica e disincantata a quella più cruda e delirante è soltanto "una cartolina del mondo" in cui il mittente cerca disperatamente un destinatario con cui condividere questo scorcio privilegiato sul nulla. Alcune volte è un amore impossibile chiamato Marta, altre volte lo stesso Dio: in ogni caso una lontananza che non può mai essere esaurita.

Si pensa all'apertura focale di una macchina da presa che ci segue da vicino per registrare ogni singolo ed insignificante particolare della nostra esistenza, come l'occhio impietoso e nello stesso tempo non più tutelare, di una divinità Tecnica, che nel riprodurre l'uomo a sua immagine e somiglianza lo ha trasformato in uno strumento meccanico.
Vita e morte sono soltanto i confini puramente convenzionali dello stesso ombroso territorio nichilistico in cui l'autore costringe il lettore a transitare, gettando, soltanto a sprazzi, una luce acida che "ritaglia ogni oggetto, ogni persona, dando a tutto quasi una consistenza artificiale".

In verità se la realtà sembra un sogno è soltanto perché quest'ultima è fagocitata dai pensieri, e dal momento che buona parte di questi pensieri sono fantasie, è difficile stabilire quanto vi sia di reale nel surriscaldato contenitore mentale. Tuttavia l'esiziale ostinazione cogitativa è una tirannia dalla quale il nostro autore non si vuole liberare e il titillamento corticale produce i suoi frutti...
Così tra il sognare di essere morto e l'essere morto veramente, il pensiero cannibale, nel divorare ogni cosa salva se stesso attraverso l'espediente narrativo.

Si racconta la storia di un insaziabile appetito per la realtà che nemmeno "l'intero supermercato dei ricordi" può soddisfare, per questo motivo si giunge a dubitare di avere mai avuto una storia e una identità reale. Del resto "ci sono storie che in ogni loro atto non significano niente: la sua era una di quelle, il niente polluiva tutt'intorno".
Una volta che si sia privato l'intero universo dello statuto di realtà, nell'assoluta sovranità del nulla la storia di un uomo si palesa come la storia di tutti, ed ogni uomo ha milioni di storie da raccontare, vivere e dimenticare.

Prigionieri fin dalla notte dei tempi, in questo deserto non ci restano che le abluzioni forzate nel "lago orizzontale del presente" in cui ognuno di noi può vivere l'angoscia reale suscitata da quello strano e confuso sogno che a volte chiamiamo vita, ma che il più delle volte è molto più simile ad un inesorabile annegamento.

Se come sostiene l'autore di Meccano l'essenza del mondo è sostanzialmente macchinale allora dovremmo interpretare il sogno, sia quello notturno, sia quello ad occhi aperti, come un prezioso dispositivo di sicurezza per non cadere nella corrente impetuosa del tempo, prigionieri nel flusso di una durata qualsiasi, per essere sempre, ovunque e in nessun luogo...
Ogni romanzo moderno è soltanto il tentativo schizofrenico e sublime di cucire una raffazzonata e simbolica autobiografia, ma il prodotto è sempre lo stesso: una delle tante storie possibili liquefatta in un distillato di lacrime e inchiostro.
Non sappiamo se per il nostro autore questo tentativo letterario sia stato cagione di orgoglio o di sconforto, sembra del tutto plausibile, invece, supporre che al lettore competa soltanto il giudizio sullo stile e forse anche qualche emozione: dall'ebbrezza fugace di avere vissuto un delirio nel quale ha potuto riconoscere una delle proprie innumerevoli maschere alla cocente delusione di avere vagato in un territorio straniero dalla prima all'ultima sillaba, forse perché "sopra tutte le cose il nulla aveva sovranità".

 
 Informazioni 
"Meccano"
di Rickhard@libero.it
Mario Modica Editore - 2002
108 pagine
9 €

On line su MiaPavia

 

Stefano Ardemagni

Pavia, 05/07/2002 (501)

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