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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 523 del 8 novembre 2002 (4013) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Un viaggio
Un viaggio

"Un viaggio" non è la risposta ai cumuli di alienazione che schiacciano le urgenze dell'anima. È il tentativo di mostrare che, anche in una cella, esiste la condizione "uomo" (pur disperata, rotta e lacerata).

"Un viaggio" è il percorso scosceso dove gli occhi appaiono spogliati innanzi all'ultima volontà di un perdono. In quel passo indietro che significa ad-venire ad una consapevolezza interiore che è la conseguenza di una presa di coscienza (anche all'interno di un carcere), per costruire una nuova cultura di responsabilità, con atteggiamenti che spingono alla fiducia, al superamento, anzi all'annullamento, delle pratiche criminali.

Non solo la società, ma io, noi, dal di dentro, dobbiamo trovare la capacità e l'incisività per perseguire nuove punteggiature di risocializzazione e, soprattutto, di riparazione.

Giovani, carcere, comunità, sono passaggi che indicano un disagio grave il quale chiede di edificare una comunità nuova, in cui la persona diventa consapevole della propria azione morale che è: decisione, scelta del suo intimo e risposta ad un problema di cui, finalmente, si sente parte.

Una comunità nuova dove impegnarsi in prima persona: senza eccessi né comodi rifugi. Ognuno deve assumere la propria parte, secondo le proprie capacità e possibilità, senza ridurre la solidarietà a buoni sentimenti (apprezzabili ma sterili se non divengono azioni e opere, atti vissuti e convissuti con gli altri).

Non è facile riuscire a vedere più in là delle miserie che ci portiamo addosso: è necessario smetterla di commiserarsi, di rimpiangere il passato e cercare di arrivare a Dio attraverso scorciatoie. Forse Dio è già qui, ora, in questa vita che non occorre affrontare come una sfida da vincere a tutti i costi, calpestando e schiacciando chi cade affaticato.

 
 Informazioni 
 

Vincenzo Andraous

Pavia, 08/11/2002 (523)

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