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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 619 del 16 luglio 2002 (3970) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Il Santo del prosciutto - II parte
Il Santo del prosciutto - II parte

Il Beato Guglielmo morì nel 1120. Poco tempo dopo, il suo corpo venne esumato "a furor di popolo" dal camposanto, per tutti i miracoli che compiva. Fu trovato incorrotto e posto in un'urna, rischiarata da una lampada sempre accesa. Quest'urna fu in seguito nascosta in una nicchia nei muri della chiesa e all'epoca della Rivoluzione francese si perse ogni memoria sul punto esatto del nascondiglio.

Il miracolo della mula fu rappresentato dappertutto in Europa, sui monumenti dell'Ordine certosino: dalla Spagna al Portogallo, dall'Inghilterra alla Francia, all'Italia.
Nel bassorilievo della Certosa di Pavia, il Beato Guglielmo è vestito da certosino e impugna il cosciotto della mula, dalla tipica forma "a prosciutto" (o piuttosto dovremmo ormai dire "a bresaola", data la specie dell'animale).

Pio IX il 19 marzo 1860 proclamò ufficialmente Beato Guglielmo Fenoglio e consacrò una fama che si era già diffusa nei secoli attraverso l'Europa intera. A quel tempo, però, la tomba di Guglielmo era già scomparsa e la religiosità popolare era in fase di declino. La partenza dei Certosini da Pavia e l'assenza di un "atlante topografico" delle sculture e dei bassorilievi della Certosa hanno reso ulteriormente difficoltosa la ricerca del nome del santo.

Poi, un giorno, mi ha all'improvviso chiarito l'enigma la domanda di un amico piemontese: "Sai se alla Certosa di Pavia è raffigurato un Santo che impugna la gamba di un cavallo?" "Non mi ricordo nessun dipinto - gli rispondo io - ma... se vuoi, c'è "il santo del prosciutto"". Ecco ristabilito il ponte: nelle storie della Certosa di Casotto si dice che a Pavia si vede una figurazione del Beato Guglielmo, mentre qui nessuno più racconta la storia di quell'immagine. Anzi, a Pavia ce ne sono due, perché il Beato Guglielmo è anche dipinto nell'atrio d'ingresso, proprio dietro il portone, come se facesse la guardia col suo cosciotto in mano...

Eppure non è solo questa figura a solleticare l'interesse del visitatore curioso che si attardi a esaminare le decorazioni della facciata o dei chiostri della Certosa.
Le figure seguono una loro logica e indicano percorsi precisi: le teorie degli imperatori romani intrecciate a scene delle sacre scritture, le lunghe teorie di teste mozzate di Mori che sembrano ricordare gli antichi culti dei santuari celtici, stemmi viscontei e simboli araldici sforzeschi, delfini aquile e dragoni, San Bartolomeo scorticato che mostra la propria pelle, San Rocco vestito da pellegrino, lassù sull'angolo si vede un San Martino che taglia il mantello, e poi, nei chiostri, le figure allegoriche, gli itinerari di meditazione, con le tentazioni (la ricchezza, il potere, l'orgoglio, la carne), i vizi, i teschi (riflessioni sulla morte), le strade che conducono alla santità.

Non dimentichiamo che la ricchezza decorativa costituì, nei secoli, una "guida alla lettura" del libro di pietra. I significati di questo libro rischiano di sfuggirci, oggi, se non ci soffermiamo sui particolari. Al di là del colpo d'occhio, però, degli spazi e dei volumi costruiti, il libro di pietra è aperto di fronte ai nostri occhi e ci invita a leggerlo, pagina per pagina, una parola dopo l'altra. La collocazione, l'esatto ordine delle figure, il modo e i particolari in cui sono rappresentate, tutto parla.

Troveremo il dizionario per tradurre, nel linguaggio nostro di uomini moderni, la parola dipinta e scolpita degli antichi monumenti?

(Leggi la prima parte)

 
 Informazioni 
 

Alberto Arecchi

Pavia, 16/07/2002 (619)

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