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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 942 del 31 marzo 2003 (2065) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
La banda del Ducoli
La banda del Ducoli

Ogni tanto, in un panorama asfittico di cantanti e autori "omologati", spunta un fiorellino che si distingue dal mazzo.

Alessandro Ducoli (voce, chitarra acustica, armonica) ha suonato in vari gruppi dell'area camuno-bresciana (Springs, Kantina Occupata, Pond Spashing e Blesk) partecipando a vari festival e manifestazioni locali.

Bacco il Matto

L'esperienza più importante la fa con il gruppo Bacco il Matto; artefici di un live act assolutamente coinvolgente (e spesso arricchito da una manciata di cover tratte dai songbook dei loro principali padri ispiratori: Bruce Springsteen, Neil Young, Lou Reed, Iggy Pop, Steve Earle, John Mellencamp), sono una band di spacconi della Val Camonica un po' naive, ma personaggi veri, sinceri e di cuore, per un rock italiano sanguigno, ad alto tasso alcolico ed energetico, dal suono scarno, dinamico e valvolare che rimanda agli stilemi del rock texano più puro. Dopo due album (San Marco -1999, Cercatori d'oro -2000) il gruppo si scioglie ma l'esperienza del palco resta nel DNA di Ducoli.

A suo nome ha pubblicato anche quattro album ottimamente autoprodotti: Sopra i muri di questa città (1995), Lolita (1997), Malaspina (1999) e Anche io non posso entrare (2000).

Ho ascoltato Malaspina (molto bella la copertina) e l'ho travoto un disco con alcune intuizioni, dei buoni testi e molte ingenuità. La voce ricordava un po' quella di Carboni nel suo "essere molle".

L'ascolto di Anche io non posso entrare mi ha confermato le buone qualità di questo autore e una sua notevole maturazione (anche dal punto di vista vocale). Quell'album contiene almeno tre brani notevoli: Io ti sparerò per primo, Giovanna e Anche io non posso entrare.

La banda del Ducoli

Dalle esperienze come solista e da quelle con Bacco il Matto esce questo ibrido La Banda del Ducoli che è un disco di un cantautore ma suona come quello di una band.

La voce di Ducoli sembra abbia raggiunto una sua maturità pur rivelando ancora le radici dei suoi amori musicali con decisi riferimenti a Springsteen, Tom Waits e anche al nostrano Capossela. Nei brani lenti, invece, ha completamente abbandonato le "mollezze" per assumere un'identità personale nelle modulazioni e nell'espressione (dobbiamo forse ringraziare il nostro amico Boris Savoldelli che so essere interessato al "soggetto" ?).

Quello che appare sorprendente è la freschezza delle proposte e la sincerità con cui evita di "vestire" le canzoni per renderle gradite. C'è invece, oltre alla naturalezza rock di fondo, un'eleganza che ha spolverate di blues e jazz in alcuni arrangiamenti.

Acustiche, elettriche, Hammond e strumenti a fiato si alternano a brevi inserti di voci e rumori che rendono il disco assolutamente omogeneo e quasi un concept-album.

Se vi capita di trovare in giro questo album, investite (per una volta) qualche euro in un nuovo autore italiano.

 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 31/03/2003 (942)

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