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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 9434 del 1 febbraio 2011 (1988) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Caccia al Tesoro: i Three Dog Night
Caccia al Tesoro: i Three Dog Night
Ed eccoci ancora una volta in caccia e, questa volta, la preda non è tanto un disco in particolare (ma se proprio dovessi indicarvene uno, vi consiglierei It Ain’t Easy, la cui copertina è riportata all’inizio di questo articolo) bensì un gruppo e la sua intera produzione discografica: i Three Dog Night.
 
Credo di essere uno dei pochi (se non l’unico) a conoscere a fondo questo gruppo e a possederne l’intera discografia.
Quando suonavo nei Numi (alla fine dei’60 e all’inizio dei ‘70) avevo costellato il nostro repertorio di brani loro: da Eli’s Coming a Feeling Allright, da Lady Samantha a Liar ecc.
I più colti (musicalmente) avranno notato che tutti i brani in questione appartengono ad altri autori; verissimo.
La peculiarità di questo gruppo era proprio quella di conoscere (ed accettare) la propria limitazione come autori di brani originali (ce ne fossero, oggi, di musicisti così illuminati!) e quindi la loro eccezionale bravura consisteva nell’arrangiare in maniera originalissima i brani, al punto di farli diventare propri e dare loro un “imprinting” che li rendeva immediatamente riconoscibili.
 
I Three Dog Night sono stati un gruppo musicale rock statunitense in voga negli anni tra il 1967 e 1973. Dal 2000 fanno parte della Vocal Group Hall of Fame.
Raccolsero la bellezza di 14 album e 9 singoli d’oro. La loro casa discografica ha dichiarato che il gruppo ha venduto più di 40 milioni di dischi perché erano molto bravi a riarrangiare brani di autori che allora erano sconosciuti, come Harry Nilsson con One (che fu il loro 1º disco d’oro), come Elton John con Lady Samantha, Laura Nyro con Eli’s coming o Randy Newman con Mama Told Me Not To Come (altro disco d’oro) e tanti altri.
 
La formazione era quella del classico quartetto rock, ma con ben tre cantanti solisti: Danny Hutton, Chuck Negron, Cory Wells; Mike Allsup alla chitarra, Jim Greenspoon alle tastiere, Joe Schermie al basso e Floyd Sneed alla batteria. Quest’ultimo era un rocciosissimo batterista di colore che donava al gruppo un profumo di rithm’n’blues, convalidato dalla strepitosa voce di Chuck Negron, un bianco che più nero non poteva essere nel cantare (ascoltate la sua versione di Try a little tenderness, e non riuscirete a capacitarvi che a cantare non sia Otis Redding, ma un ragazzo bianco!).
 
Tutti e tre i cantanti erano bravissimi, ma era il loro modo di intrecciare le voci che li rendeva unici.
Che dire poi dell’uso dell’Hammond B3 che faceva il tastierista, o delle trovate innovative del chitarrista (da lui copiammo, primi in Italia, l’idea di filtrare la chitarra con l’amplificatore Leslie dell’organo).
In California sono rimasti un mito ancora adesso, ma in Europa sono passati quasi sotto silenzio, se non per i primi due album e qualche 45 giri.
Bene, io ve l’ho detto; adesso non potete più ignorare la loro esistenza.
Fate in modo di ascoltarli e non rimpiangerete di aver seguito il mio consiglio.
 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 01/02/2011 (9434)

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