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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 9748 del 10 maggio 2011 (3011) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
S.E.N.S. In generale inverno
La copertina dell'album
Avevo già avuto occasione di apprezzare la loro bella versione di Dear Prudence nella compilation-tributo “A day in the life – John Lennon revisited” dedicata a Lennon (nata su iniziativa di Spaziomusica) e di ascoltarli dal vivo in un paio di occasioni, l’ultima delle quali è stato il concerto del 1° Maggio, in piazza della Vittoria, a Pavia.
Proprio in quella occasione mi sono visto consegnare l’ultimo loro lavoro discografico: l’EP “In generale inverno” (che mi risulta essere il terzo, dopo il precedente “La rivoluzione della sincerità” e il primo “Gheremiò”).
 
Il disco è stato registrato e mixato nel mese di gennaio da William Novati al Downtown Studio di Pavia, con il supporto di Giorgio "King" Tosi e Guido Tronconi, e masterizzato a Chicago da Carl Saff. Il progetto grafico è dei S.E.N.S. e le foto di Stefania Nastasi e Stefano Ruzzante.

Cinque le tracce: XV arcano, La polvere del male, Come 100 colpi di pistola, Nulla dies sine linea e La sicurezza degli oggetti.

Ma veniamo al dunque: il prodotto è sicuramente interessante, con testi non banali e atmosfere un po’ cupe che si ispirano ad una certa musica anni ‘80.
Sicuramente seventies sono, invece, il potente e sicuro drumming di Matteo Garlaschi, che gioca tra un rock roccioso e sicuri e “traccianti” passaggi quasi progressive, così come inclini al prog sono gli interventi di moog del tastierista Pierpaolo Marchetti. Se il bassista Marco Cusaro “se la gioca” tra un “pedale” preciso e puntuale e qualche fantasiosa armonizzazione, il chitarrista Alberto Zambelli passa senza imbarazzo da delicati arpeggi a potenti distorsioni elettriche.
Il vocalist Roberto Allegrini dimostra di saper sfruttare e guidare bene le sue capacità vocali, creando il giusto pathos interpretativo.
 
Quindi? Lo ritengo un buon disco, suonato e cantato bene (buono anche l’uso di più voci in cori suggestivi).
 
Detto questo, mi domando se lo stile del cantante sia influenzato dalla scrittura delle composizioni o viceversa, perché, alla fine, il risultato si allinea un po’ troppo con le produzioni di gruppi come gli AfterHours o i Marlene Kuntz, con quella ricorrenza ossessiva di tonalità e cadenze “lamentose” che costituiscono ormai un “vezzo” dei gruppi italiani. Ci vorrebbe poco, cambiando un paio di accordi, a rendere i brani meno “monotonali”, a farli vivere e brillare di più, a ottenere qualche sprazzo di “solarità” e di vita in una quotidianità che (posso anche essere d’accordo) non offre spesso di che essere ottimisti.
Non è una critica feroce; anzi, è un a spinta, un invito a fare di più, a non cristallizzarsi in stilemi che invecchiano velocemente e rischiano di soffocare la creatività.
I ragazzi sono bravi e possono, devono fare di più.
 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 10/05/2011 (9748)

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