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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 9774 del 20 maggio 2011 (2421) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Grey Coffe Pot... L’erba cattiva non muore mai
Grey Coffe Pot... L’erba cattiva non muore mai
Una citazione dal mio libro Rock Around Pavia come titolo di un album è di per sé una cosa che incuriosisce; se poi si aggiunge che il CD è la nuova produzione di quei pazzi stralunati dei Grey Coffe Pot … ecco che la curiosità sale alle stelle.
 
Musicisti... forse, showmen... al cento per cento! Di virtuosi dello strumento non ce ne sono: anzi, un pochino più di coesione e di preparazione non guasterebbe ma, in compenso, sono degli autentici geni dello spettacolo! La voce del cantante, come una sega circolare (sgaiènta, la definirebbero in pavese), è sostenuta da un muro di suono grezzo, sporco e cattivo. Sembra di essere catapultati in uno di quei concerti-happening che tenevano le Mothers of Invenction o i Jefferson o i Grateful Dead; bolle di sapone, spade laser di plastica, finte ossa brandite come clave, cappelli a cilindro spropositati e sgargianti, gli Stooges e Iggy Pop dietro l’angolo, su quel palco c’era di tutto. Una volta hanno regalato a tutti gli intervenuti una confezione di wurlsters ... insomma, una manica di pazzi stralunati estremamente naif. E poi l’idea geniale di andare a saccheggiare tutto il repertorio beat degli anni sessanta, dissacrandolo e riproponendolo non già con mielosa nostalgia, ma con ironica baldanza, mostrandone sì i lati più demenziali, ma anche riservando un sommo rispetto alla carica rivoluzionaria che vi era celata. La formazione si allarga, di volta in volta, con l'introduzione di tastiere, fisarmoniche, fiati, percussioni e persino un tenore in vestito scuro! Questi non “ci fanno”, “ci sono”; nel senso che non fingono la pazzia per seguire un genere musicale o per fare spettacolo: loro danno semplicemente libero sfogo ad una naturale propensione alla demenza. Più che mai veri, genuini, ruspanti, sono il gruppo pavese che meno si prende sul serio e che, paradossalmente, finisce con il produrre “cose” che altri definirebbero serissime.
Tre album alle spalle, ogni tanto spariscono dalla circolazione e non se ne sa più nulla. Poi si rifanno vivi a fine 2007 con un album LIve, per poi scomparire nuovamente; ma sono come il Fuoco di Sant’Antonio: tornano sempre!
 
E così eccoli qui, all’improvviso con un nuovo album.
Loro sono sempre gli stessi: Stefano Lusardi (Voce), Sandro Abbiati (Basso), Pietro Negri (Chitarra), Enrico Bossi (Batteria), Alessio Tedeschi (Chitarra) e, ospiti più o meno consapevoli, Mamo Loati (Tastiere) e Ezio Bonini (Tenore).
Il primo brano, Radio Landriano (brano scritto di proprio pugno dai nostri “guastatori”, così come Salto nel Blu e Verso Oriente), ricorda i Litfiba che fanno una versione punk di un pezzo dei Troggs.
Sguardo verso il cielo (delle Orme) sembra un brano di hard rock cantato da Augusto dei Nomadi.
Dentro di me è il testo di una canzone dei “nostrani” Fifth Avenue adattata ad una musica scritta dai nostri filibustieri musicali.
La casa del sole (House of the rising sun), all’inizio, è affidata alla versione lirica del Tenore Bonini per naufragare poi in una diabolica versione arrabbiatissima.
Se ascoltasse questa versione (con tanto di tenore) della sua Il Volto della Vita (Days of Pearly Spencer) alla Caselli verrebbe un attacco di singhiozzo.
E, per finire, in Confessione del Biglietto Per L’inferno… è rimasto solo l’inferno!
 
Ce n’è abbastanza per sconvolgere convinzioni e categorie musicali, per divertirsi e domandarsi cos’altro combineranno.
Probabilmente scompariranno ancora una volta; ma non preoccupiamoci più di troppo: come dicevo nel mio libro “l’erba cattiva non muore mai”.
 
 Informazioni 
Grey Coffe Pot sono:

Stefano Lusardi - voce
Sandro Abbiati - basso
Pietro Negri - chitarra
Enrico Bossi - batteria
Voce (tenore) Ezio Bonini

 

Furio Sollazzi

Pavia, 20/05/2011 (9774)




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